Words

Words on Numen – Life of Elitra Lipozi, CD, Setola di Maiale

“Your sounds are superficially so abstract but so warm and human like your warm breath. Anyway beautiful!”

Robert Wyatt

Parole su Numen – Life of Elitra Lipozi, CD, Setola di Maiale

“…Quasi fosse una musica fantasma, quasi fosse un suono che rimane appena appena rintracciabile, appena appena udibile. La musica è quella di Patrizia Oliva “Numen – Life of Elitra Lipozi” il titolo di questo CD pubblicato da Setola di Maiale che in realtà, è una ristampa felicissima di un lavoro uscito soltanto in cassetta per Staaltape lo scorso anno, in edizione limitatissima e adesso grazie a Stefano Giust e Setola di Maiale speriamo in una diffusione più ampia perchè si tratta di un gran lavoro. Patrizia Oliva, cantante e musicista, adopera oggetti sonori, flauto vietnamita, un po’ di elettronica, registrazioni sul campo, microfoni a contatto, insomma varie strumentazioni per giungere ad un risultato, che è quello di far cantare in qualche modo l’anima, un’anima anche molto spoglia ma non per questo delicata e non per questo necessariamente acerba ma anzi, un’anima molto spoglia perchè il suo modo di entrare nelle cose, di entrare nella vita delle cose è molto delicato e molto intimo. Due sono le tracce in questo album, dedicato alla memoria di Oliver Sacks, neurologo scomparso nel 2015. Questo prezioso disco, un bel lavoro!”

Pino Saulo, Battiti, Rai Radio Tre, 5 aprile 2017.

Estratto dall’album “Numen – Life of Elitra Lipozi” nel programma diretto da Pino Saulo. http://www.rai.it/dl/portaleRadio/media/ContentItem-d0c24e7f-1b8b-4ced-a946-6fc74348faa1.html

Recensione di Numen – Life of Elitra Lipozi, CD, Setola di Maiale

“Ristampa di un nastro edito originariamente da Staaltape, dedicato al neurologo Oliver Sacks (1933-2015), “Numen – Life Of Elitra Lipozi”, è opera che scrolla di dosso Patrizia Oliva (Madame P), parecchio del sentire weird che la caratterizzava.
Sia chiaro, le evoluzioni vocali spiraliformi, sorta di folk/blues/noir in diluizione avant/impro, ci son ancora tutte, soltanto, maggiormente inquadrate all’interno di un contesto narrativo, che si offre come vera e propria serie di porte della percezione.
A tratti gassose e impalpabili (la parte centrale di Danse Des Fantomes), a tratti, estremamente seducenti e passionali (i velluti al neon, cigolanti di microscopici meccanismi in movimento della succitata Danse).
Lo slancio istintivo par decelerare, ma la capacità comunicativa ne guadagna non poco.
Un cut-up di frammenti emozionali sospesi nello spazio confortevole di un sogno, o, in alternativa, la fase di raccolta informazioni che precede la costruzione/esposizione di un sospiro.
Fra singulti, stratificazioni, click-clack di mic a contatto, intromissioni di elettronica minimale, oggetti sfiorati, qualche nastro trattato, registrazioni d’ambiente e il soffio di un bawu (flauto cinese).
Ho avuto la fortuna di assister qualche settimana addietro ad un live di Patrizia in una raccolta location.
Un piccolo ampli con un volume da discrezione assoluta, lei davanti, il poco e il nulla da manipolar a disposizione.
L’effetto/sensazione/realtà (mia), che ciò che udivo non giungesse dall’esterno, ma fosse già tutto dentro, stipato in qualche anfratto del mio corpazzo.
Ecco, forse Patrizia sta imparando a pigiar con maggior intensità i giusti tasti dell’anima.
C’è dolcezza, sfinimento, il brusio dei rami scossi dal vento e il pulsar sordo della passione (nascosta dietro sterno e costole).
Non devi aver paura di tutto questo, si chiama vita.”

Marco Carcasi, Kathodik 2017

Recensione di Numen – Life of Elitra Lipozi, CD, Setola di Maiale

“Decido di immergermi nel mistero e seguo le indicazioni di cartelli che recitano nomi famosi di neurologi e altri che indicano il cammino verso luoghi abitati da sconosciute entità divine. Nel tempo di un attimo mi ritrovo in un universo altro, un luogo lontano e al tempo stesso racchiuso all’interno del tutto che custodiamo in noi. Ad accompagnarmi in questo viaggio la voce prepotentemente evocatrice di Patrizia Oliva che compare e scompare lasciando spazio all’immaginazione sostenuta da un supporto digitale sporcato di vita interiore ed echi sovrapposti di realtà. Continue frammentazioni visionarie si susseguono lungo un percorso da ascolto che mette alla prova e dona completezza. Visioni.”

Mirco Salvadori, Rockerilla 2017.

Review of Numen – Life of Elitra Lipozi, Staaltape

“Originally from Lombardy, Italian composer Patrizia Oliva started releasing music in the late 1990s and has since recorded many works, either solo or with other musicians, at the border of experimental and improvised musics. The Numen, life of Elitra Lipozi solo cassette is a very personal, even intimate, project, consisting of two 20mns tracks of an immersive, hypnagogic voyage in small scale music. Yet Numen is actually a collection of shorter, 2–3mns sequences, and rather varied at that, so the listener doesn’t feel trapped in someone else’s endless dream. Consisting of experiments with loops, sound effects, wordless vocals, found sounds and small instruments, the music is particularly unreal and out-of-this-world. The great success of the project is that it actually sounds like a dream-in-sound, rather than the sound of a dream. On a technical side, Patrizia Oliva takes great care to make her electronics sound analog and her computer loops sound like tape loops, so that the voyage is also a voyage in time, which is part of the charm of the cassette.”

Laurent Farion, Continuo-Docs, 2016

Review of Numen – Life of Elitra Lipozi, Staaltape

“Patrizia Oliva has created Numen – Life Of Elitra Lipozi, a most beautiful workclad in a smoky black cover with just a single blue butterfly spray-painted on. The A side, titled ‘Danse Des Fantomes’, is dreamy and evocative and makes me a willing dancing partner of the proposed ghosts and spirits. Voices, loops, and even some vaguely operatic elements are refashioned by Oliva into somethiLipozng personal and strange. She’s playing with magnetic tape like a gifted child sets to work with a box of watercolours. I don’t know why musicians (like Michael Nyman) are drawn to the work of Oliver Sacks (this release includes dedication to that deep thinker). But Oliva may be trying, like Sacks, to map the strange pathways of the brain in her atmospheric and charged music.
The B side ‘A Day Long To’ showcases the “Annette Peacock” mode of this performer…vaguely jazzy free singing she emanates from an indefinable part of her singing apparatus, in an inflected and mannered mode…the lonely avant-ness of Joan La Barbara is notched back two degrees and edged a shade closer to a ghostly portrait of Ella Fitzgerald…by which I mean it’s not clear if she’s singing from her mouth, or her brain-waves. Of course the minimal arrangements that back her up are pretty inspired too, making the most of a studio housed in a matchbox and two rubber bands holding everything together. More tape loops and much dreamy unfinished music drifts into the ether. A nice not-quite-there quality, slightly balmy. Oddly the B-side feels to me like separate songs, where the A side feels like a mini-opera telling a story. Not all that’s here is a song; there’s one very effective piece which is extremely abstract, just repeated patterns, sound effects, and whispered / murmured voices, yet it’s uncanny and highly effective in its dream-like mood sustaining of same. The side ends with a fascinating anecdote about synaesthesia, how it’s possible to see music as colours, and how no two people who have the condition ever agree on what the “right” colour is. Interestingly, the condition was first recorded in medical history by another Dr Sachs, this time a German physician of the 19th century.
In all Patrizia Oliva not only has a singular vision but also a very delicate touch in the creation of her work which is determinedly “non-masculine”, which isn’t to say it’s feminine and decorative, but organised along non-aggressive lines, without the usual male need to follow structure blindly and rush to a contrived ending. “Patrizia lives in the country, surrounded by nature,” write Rinus helpfully. “One lady from the old world”. If that’s true, that’s one old world whose passing we will come to regret. Every commonplace remark made on Twitter hastens the death of these old worlds.”

Ed Pinset, The Sound Projector, Staaltape (2016)

Review of Numen – Life of Elitra Lipozi, Staaltape

“Patrizia Oliva resta legata alle forme più incontaminate di ‘fai da te’, è un dato indiscutibile, e se questo la rende ancor più apprezzabile nondimeno relega il suo nome nei recessi più nascosti riservati agli artisti di culto.
Aggiungo che la sua levatura, dopo anni di attività, rimane integra, e quanto è andato perso in spontaneità viene compensato in esperienza. Sull’arricchimento di quest’ultima hanno sicuramente inciso le numerose collaborazioni, alle quali la Oliva quasi mai si sottrae, e metterei in primo piano un’esperienza vietnamita, vissuta insieme a Stefano Giust, con concerti tenuti anche insieme a musicisti locali (per saperne di più a proposito delle sue collaborazioni invito vivamente a visitare il suo sito).
In “Numen – Life Of Elitra Lipozi”, lavoro dedicato al neurologo Oliver Sacks (Londra, 9 luglio 1933 – New York, 30 agosto 2015), fa tutto da sola e, oltre alla voce, utilizza elettroniche, nastri, flauto vietnamita, sintetizzatore DX7, registrazioni d’ambiente e di vita, oggetti e microfoni a contatto. Quello che ne esce è una raccolta estemporanea di impressioni, espressioni, stati d’animo, flash, esperienze, appunti, ricami, frattaglie, grumi e polvere.
“Numen – Life Of Elitra Lipozi”, sempre logico ma mai matematico, è una classica lezione di vita rumorosa e, talvolta, oscura.
M’era sembrato di cogliere l’intenzione di una ristampa in CD per Setola di Maiale, spero che l’intenzione si concretizzi perché sarebbe un peccato limitare l’ascolto di questo lavoro ai soli cassettofili.”

Mario Biserni, Sand-zine (2016)

Review of Numen – Life of Elitra Lipozi, Staaltape

“Das Album “Numen/Life of Elitra Lipozi”kommt in einer Papierverpackung mit einer
klei nen, einem Schmetterling ähnelndem,auf-gesprühten Form daher – ein dunkles Blau auf schwarzem Grund. Die Kassette ist innen noch einmal extra in Seidenpapier verpackt und mit “STAALTAPE” gestempelt. Die Kas set te wurde in Blau und Weiß gespritzt. Alles hat den Charakter eines Kunstobjekts – das man beim Öffnen partiell zerstört. Musikalisch findet man hier eine Mischung aus seltsamen Gesangsaufnahmen fast an Drone und Doom angelehnte elektronische Hintergrund-Sounds, die zu gebrochenen Soundwalls an -schwellen und mit dem Gesang korrelieren.Hier wird man an das erste Album der Casa -dy-Schwester von “CocoRosie” erinnert.Sound frickeleien. Nach mehrmaligem Hören ent steht eine meditative Atmosphäre, die an das Kopfnicken beim Doom Metal erinnert,auch wenn eingemischte Sprachaufzeichnun -gen immer wieder einen neuen Kontext er -zeu gen. Vielleicht könnte man es experimen-tellen Indie Doom Core nennen. Ein Tape mit be merkenswert schönen Ambient-Indie-Klän -gen der ganz besonderen Art. Großes Kino auf Tape!”

Thomas Neumann

Review of Numen – Life of Elitra Lipozi, Staaltape

“Before she used her real name, Patrizia Oliva worked as Madame P, in which she explored her voice along with some objects, small musical instruments and mostly a loop station. In more recent years (and I lost track of her work for sometime, I must admit) she apparently works with field recordings, Vietnamese flute, synthesizers and tape recorders. This new tape is dedicated to Oliver Sacks, the neurologist who died last year and contains two pieces; side long (twenty minutes each). These pieces act like sound collages, of Oliva’s singing along with found sounds from old records, tapes and movies, but maybe also techniques she uses to record her music and add more hiss and grainy textures; like adding a sepia filter to a picture you took with a digital camera to make it look old (not that Oliva uses digital techniques – far from I would say; but she does all that is necessary to make it sound ‘old’ and ‘dusty’. It is not easy to think of all of this as two separate pieces that happen to fill up one side of the tape. It could, for all I know, be also a bunch of audio snapshots that have no immediate connection to each other and the fact that there is one title for one side just doesn’t make a difference to that notion. Oliva takes you on quite a fascinating ride I think, moving from spacious hiss-texture to a song in which the old loop station sounds but now only brief, to some children sounds and to a slowed down 78rpm record and spooky haunted house fragments. Great tape in the usual handmade Staaltape fashion.”

FdW, Vital Weekly (2016)

Recensione di Numen – Life of Elitra Lipozi, Staaltape

“I know Patrizia Oliva since the year 2005. Then she lived in a factory space in Vigevano, a comfortable train ride’s distance from Milan. Artists who worked in the fields of extreme marginalized music and sound, found a welcome home in her basement, where she set up regular shows. She was one of the few Italian persons, who had the decency to answer a simple mail and even made it follow by an invitation. In her early years she used voice, loop station and a couple of objects or small musical instruments. She could build a song from spot on. But she has grown into new directions, which, of course are also the old directions. Location recordings, Vietnamese flute, synthesizers and tape recorders have been added to her instruments. It is of no use to start the description of the tape from a technical point or sum up the content, like, you hear a song, and a melody and a recording and a voice. This is a concept album. Objects like old photographs, a pair of shoes, a box full of magazines from the 1930s, a cupboard with a single shirt in it, rooms in the halfshade of silence come to mind. Listening to this album is like entering the house of somebody who has gone years ago, and left her personal belongings behind. Patrizia Oliva entered this imaginary or real house, touched the things, listened to sounds caused by her footsteps. There is lightfall obscured by dust, a sense of someone waiting. She received emotions and images and in a strange process in her mind and body these emotions and impressions got reproduced, and they sounded like the songs and melodies and recordings and voices on this album. Listen and hold your breath, and be happy you got one copy of this tape. Please note that this album is dedicated to Oliver Sacks. For some unexplainable reason I mistook the h for a k and misspelled the name. Because of technical reasons I couldn’t adjust the mistake. Please do this at home when you get the tape out of its wrap.
Patrizia Oliva – Numen, Life of Elitra Lipozi is a 40 minute cassette of chrome quality. The first edition is limited to 20 copies.”

Rinus Van Alabeek, Zeromoon, Staaltape (2016)

Recensione di Gamra “Pow” (Paed Conca / Eugenio Sanna / Patrizia Oliva / Stefano Giust) Setola di Maiale

“L’improvvisazione, ricordava Derek Bailey, non è tanto un modo particolare di suonare quanto piuttosto un metodo di produrre musica. Il musicista improvvisatore va alla ricerca di una base sulla quale poter lavorare con chiunque; una volta individuatala ci lavora sopra. E quando lavora con certe altre persone, allora quello può essere l’unico momento in cui occupa quella determinata base. La musica improvvisata comporta una piena comunione di intenti e sentire, una solida preparazione che, sola, evita il caos gratuito e velleitario, e una lucida progettualità che lasci ampio spazio alle intuizioni del momento e che consenta comunque un’ampia libertà espressiva individuale sempre nel rispetto del gruppo di cui ciascun improvvisatore fa parte. Questo eccellente quartetto, colto durante una suggestiva perfomance dal vivo, funziona perfettamente in quelli che sono i suoi meccanismi essenziali, così consentendo la creazione di una musica viva in continuo movimento e mutamento, senza che mai venga perso di vista l’obbiettivo comune, pur nel rispetto e nella piena valorizzazione delle qualità individuali. In Patrizia Oliva la voce umana si fa strumento: ogni istante della sua musica sembra essere l’affascinante risultato dell’incontro di riflessione e piacere, di intelligenza e sensuale gioia. Approfittando della sua notevole estensione vocale, pare celebrare ogni singola nota e ogni singola sensazione, attraverso la visitazione di tutte le emozioni, senza che il virtuosismo fine a se stesso cancelli l’emotività, la passionalità, l’umano calore nel suo desiderio di venir comunicato. Se con Oliva la voce umana si fa strumento, lo strumento (il clarinetto) di Conca si fa voce umana: il suo linguaggio è emotivo e si sviluppa attraverso un ininterrotto susseguirsi di timbri e toni quanto mai vari, spaziando con naturalezza da quelli più alti ed aspri a quelli più bassi, scuri, che conferiscono al suo procedere sonorità arcane di grande efficacia, particolarmente incisivi nelle sequenze che lo vedono impegnato nei frequenti faccia a faccia con la voce di Oliva e con la chitarra di Sanna. Pioniere dell’investigazione del suono e delle sue molteplici risorse timbriche della chitarra tramite la distorsione elettrica (pur sempre al servizio della musica), Sanna si conferma figura imprescindibile nell’ambito della contemporanea musica improvvisata europea. Il ruolo che qui assume non è quello dell’accompagnamento ma quello della frizione, attraverso il quale anima situazioni sempre cangianti, da quelle più riflessive a quelle più furiosamente creative (notevole la sequenza che vede opporsi e miracolosamente integrarsi la sua chitarra e il clarinetto di Conca). Anche il lavoro percussionistico di Giust risulta essenziale: rigettando il ruolo tradizionale di “rhythm maker”, impiega il proprio armamentario come una voce indipendente che liberamente crea sonorità e frasi assolutamente paritarie rispetto alle altre, con esse combaciando perfettamente, controllandone dinamiche e clima dall’interno in un susseguirsi perentorio di intuizioni e soluzioni. Concludendo: un documento importante, affascinante nel suo svolgimento. Una proposta musicale coraggiosa che testimonia la vitalità di scelte espressive meritevoli di maggior diffusione nel nostro paese, ancora troppo legato a canoni estetici di fruizione e a canali massificanti e arretrati.”

Stefano Arcangeli, Musica Jazz, Ass. Pisa Jazz e CRIM – Centro per la Ricerca sull’Improvvisazione Musicale (2016)

Review of Being Together “Hanoi New Music Festival Ensemble 2013” with Lotte Anker, Jakob Riis, Nguyen Thanh Thuy, Ngo Trà My, Pham Thi Hue, Sonx, Kim Ngoc, Terje Thiwång, Henrik Frisk, Patrizia Oliva, Stefan Östersjö, Burkhard Beins, Stefano Giust

“Although more closely associated with 1960s’ Vietnam War designators like the Ho Chi Minh trail and the Hanoi Hilton, there’s now an improvised music scene in Hanoi and this disc celebrates the city’s first-ever New Music Festival. A three-party piece based on a graphic score by Danish saxophonist Lotte Anker, the performance was the finale of the 10-day fest with participation from five locals playing traditional instruments as well as eight attendees from Sweden, Denmark, Italy and Germany. Many attempt at creating cross-cultural music fall into the category of so-called World Music, which slams together divergent sounds with the brutality of trying to erect a Trump Tower next to the Trấn Quốc Pagoda, Hanoi’s oldest Buddhist temple. Dissonance works in Being Together’s favor however. Plucked textures from the đàn đáy (three-string Vietnamese lute) or đàn bầu (one-string indigenous zither), sit comfortably alongside manipulated drones from the electronics of Jakob Riis, Patrizia Oliva and Henrik Frisk. Resolution arrives in “Part 3” in a performance of near-Free-Jazz abandon as tones from Anker’s soprano saxophone and Terje Thiwån’s flute showcase slurred double counterpoint, underscored by crackling slaps from percussionists Burkhard Beins and Stefano Giust, while the string players radically twang and plink as if they were the Viet Cong’s favorite bluegrass band. Distinctive bifurcation still exists though. On earlier tracks, Oliva’s Occidental bel-canto-like warbles and Kim Ngoc’s Oriental throat wiggling are electro-distorted or paired with nearly identical horn expositions. As extraneous tones ranging from miniature finger-cymbal jangles and harmonium-like electronics fills retreat, the vibrating romanticisms and exotic chipmunk-like vocal chattering of both become evident. Reaching a climax of whistling, spluttering and buzzing, the acoustic, vocal and electronic timbres meld confirming the truth of the title. Being Together is a notable historical as well as musical achievement. In future, what would be equally fascinating is to find out how Vietnamese improvisers are creating their own electro-acoustic sounds.”

Ken Waxman, Jazz Word + MusicWorks magazine #124, Spring 2016

Revisão do duo Alessandra Novaga/Patrizia Oliva
em concerto no Sonoscopia, Oporto (PT), 21 fevereiro 2016

“O duo feminino italiano foi à Sonoscopia, no Porto, fazer uma residência artística que resultou num concerto em que se ouviram instrumentos de tradições perdidas, recuperações do futurismo e do dadaísmo e até usos vocais dos blues e do gospel. Entre a escuridão quase total e iluminação vermelha, foi como aqui se conta… A italiana Patrizia Oliva regressou à Sonoscopia, acompanhada da também italiana Alessandra Novaga. As duas estiveram em residência artística durante cinco dias naquele espaço do Porto, encerrando a estada com uma apresentação do trabalho desenvolvido no dia 20 de Fevereiro. O ambiente, depois do jantar, ia-se animando por um público bastante heterogéneo (dos 7 aos 70, mais coisa menos coisa), até a música de fundo ser cortada, fazendo antever o início do concerto. Depois foram as luzes, todas. A escuridão só não foi total porque alguma luz da rua conseguiu clarear a sala, ainda que de forma residual. Ouviram-se os primeiros acordes da guitarra de Novaga, gradual e sucessivamente introduzidos e retirados, aos quais se sobrepuseram as harmonizações ditadas por Oliva. O momento, quase celestial, luminoso e colorido, depressa se tornou confortável. Mas a atracção do doce canto das sereias não passou de um engodo, para logo nos afundarmos. A paz e a calma foram abruptamente interrompidas. Acenderam-se os projectores vermelhos e outra toada tomou conta da audiência. Desafiante para as escutas mais convencionais, este concerto marcou pela constante sucessão de quadros, qual “zapping” televisivo, tal foi a imprevisibilidade dos ambientes e intensidades explorados! A voz firme e possante de Oliva deambulou pela poesia sonora – marca da vanguarda futurista e dadaísta do início do séc. XX -, percorrendo fonemas do Italiano e do Inglês, e por delírios onomatopaicos. Também houve espaço para indícios de blues/gospel e de canto lírico, sempre complementados pelas reverberações e/ou harmonizações do processador de voz, que nos punham em diferentes dimensões. Imagens de sonambulismo, do onírico distante e sombrio ou do sobrenatural contrastavam com o real e provocatório. Além da voz, Oliva utilizou também um “waldteufel” (“diabo da floresta”): pequeno tambor de madeira cuja pele é atravessada por um fio agarrado a um pau, produzindo sons reminiscentes do coaxar de um sapo. As cordas arranhadas da guitarra de Novaga confundiam-se com este coaxar, e só o picar das cordas nos dava a entender que se tratava de outro instrumento. A confusão de timbres não ficou por aqui. Os longos “feedbacks” arrancados pelo alto ganho do amplificador ou dos pedais de distorção, combinaram bem com a voz distorcida, a fazer lembrar longos solos de guitarra eléctrica. Também o bawu (instrumento de sopro chinês de palheta metálica livre, semelhante a uma flauta transversal, com o timbre próximo de um clarinete) e a melódica fizeram parte dos instrumentos eleitos de Oliva. Além dos pedais criteriosamente seleccionados (e usados), de um “ebow” e de um “slide” metálico, já Novaga surpreendeu quando desligou o cabo da guitarra para o ligar a um gravador de cassetes portátil. Manipulou-o acelerando ou abrandando a velocidade do “playback”, gravou a voz de Oliva em tempo real e com ele arrancou “feedbacks” controlados do amplificador, numa espécie de aceno coreografado. Mais surpreendente, só mesmo o momento em que, depois de um quadro mais “minimal/glitch” com “loops” vocais, a impecável guitarra Gibson foi graciosamente roçada no chão, para, uma vez mais, aproveitar o alto ganho do amplificador e despejar distorção harmónica sobre o público. Noutra das cenas – bastante hipnótica -, o “ebow” ia excitando as cordas da guitarra, dando origem a um longo “drone”, enquanto iam sendo desafinadas (e novamente afinadas) para se obter o efeito dos batimentos entre semitons. A melódica, entrava e saía, como as ondas do mar. A “chave de ouro” deste concerto foi a leitura pré-gravada do poema “Alle fronde dei salici” de Salvatore Quasimodo, em Italiano, por um português (também presente na sala). Arrisco decifrá-lo como um repto ao conformismo, ontem, como hoje. E assim acabou este “exercício”, pleno de estranheza inebriante, voluntariamente perverso e assumidamente desafiante.”

João Ricardo, A vermelho e negro, 2016

Recensione di Gamra “Bow” (Paed Conca / Eugenio Sanna / Patrizia Oliva / Stefano Giust) Setola di Maiale

“Tra le novità discografiche in Setola di Maiale qui vi propongo tre quartetti italiani [oltre a questo, Aghe Clope e Il Grande Drago], fisiologicamente differenti, ma che conducono verso un auspicabile concetto di rinnovamento vero del jazz. In un momento in cui si piange la scomparsa di Pierre Boulez, molti ne riconoscono le qualità stranianti, specie quelle che in età giovanile fissarono uno standard impegnativo per l’ascoltatore su più fronti. Da Schoenberg a Messiaen, passando per Cage e Stockhausen, il mondo musicale ha riconosciuto un’eredità scomoda ed influente al tempo stesso, attraverso tanti esperimenti sparsi a macchia d’olio nella formazione dei musicisti di ogni genere e grado. Segnati da questo secondo novecento alternativo, spesso i musicisti ne hanno condiviso le risposte emotive ed ambientali piuttosto che quelle teoriche e negli anni in cui tanto si discuteva di atonalità e serialismo come nuove pietre angolari della libertà nella musica, nel jazz le stesse libertà venivano invocate da Braxton o Mitchell per il free jazz al pari di un sinonimo, facendo nascere una spinta composita vissuta nei territori degli equivalenti improvvisativi: se prendiamo in esame il quartetto di Paed Conca (cl) Eugenio Sanna (ch) Stefano Giust (bt) e Patrizia Oliva (voc) la caratteristica della stranezza del rivestimento musicale ne è ancora una dimostrazione: si è alla ricerca di una articolazione sonora che vive di parecchie constatazioni di raccordo con la contemporaneità della musica e in questo senso è tutto dimostrabile sotto il profilo dei risultati. Sotto un’incalzante percussività (Giust sui carboni ardenti) ottenuta in un concerto tenutosi al Chilli Jazz Festival a Heiligenkreuz nel settembre 2014, si sviluppano due suites che scintillano di elementi incongrui, che si presentano comunque idiomatizzate; soprattutto nella prima “relazione” di pensieri profusa da Let me know your thought (forget my truth), funziona un impervio solismo che libera capacità e lavora sulle potenzialità: Conca con assoli brucianti, Sanna con ipnotismi divisi tra il graffio e il feedback chitarristico, Oliva che stabilisce un ponte tra varie configurazioni della vocalità (sprazzi del canto jazz, del melodramma atonale, della voce alterata dall’elaborazione elettronica, per citarne solo alcune) costruiscono un prodotto ruffiano, impetuoso, a tratti orientalizzato; nella seconda “relazione” la suite Let me know your thought (don’t be silence) impone per approfondimento una situazione ancora più subdola (direi al limite di un viaggio psichedelico), che viaggia in mondi sonori impensabili, guidata dall’assoluta perizia dei quattro musicisti. Inutile quasi ribadire che esperimenti come questi sono una panacea per la musica progettuale.”

Ettore Garzia, Percorsi Musicali, gennaio 2016

Recensione di Apparizioni #5, Apparizione Records

“Quinta uscita per l’ottima serie di live in studio (aperti al pubblico), organizzati dalla netlabel milanese Apparizione. Dopo Roberto Crippa, Awkwardness, Illi Adato / Luca Pissavini e Sabir Mateen, è ora il turno del mix di ricerca vocale, filamenti disossati blues/folk e lisergia elettronica/impro, che da sempre la Oliva (Madame P), porta in giro per il mondo. Il mood in questo caso, risulta particolarmente scarno, ossessivo e cosmicamente lugubre. Cinque brani per voce (spesso in loop), elettronica e oggetti, che in principio si offrono come un giardino delle delizie chiaroscurale/stratificato/ambientale, per giunger poi, nei due lunghi brani conclusivi (Rain The Near, Please Talk Softly – Errors), in un cupo e straniante galleggiamento sensoriale, non esente da ispirati strappi free. Dispiace non esser stati presenti nel momento, ci restan ascolti e riascolti, ammirati e rapiti. Non è roba da poco.”

Marco Carcasi, Kathodik, maggio 2015

Dal live report dell’ultimo appuntamento delle tre serate del TAI Fest #2 tenutosi al Moonshine di Milano

“Il duo Patrizia Oliva (voce ed elettronica) e Alessandra Novaga (chitarra preparata) è pronto. La voce potente e al tempo stesso quasi ancestrale di Patrizia (al secolo Madame P) scivola dentro le bordate ora silenti ora assordanti della chitarra di Alessandra. Un momento mistico e catartico di grande suggestione.”

Fabrizio Testa, Blow Up, aprile 2015

Recensione di Frogs (Gustavo Costa/Patrizia Oliva) Sonos

“Entre a livre-improvisação e a ecomúsica de um Murray Schafer, “Frogs” foi gravado nas margens de um lago perto de Bolonha, Itália, com o canto das rãs (e daí o título), dos pássaros e das quedas de água constituindo a base do trabalho percussivo de Gustavo Costa (músico do Porto com actividade nas áreas experimentais, da música improvisada e do jazz) e vocal da italiana Patrizia Oliva (esta também em flauta de bambu, percussão e manipulações aquáticas). O que ouvimos é como que um regresso ao grau zero da música. A organização dos sons parte dos sugeridos pela natureza e raramente os contradiz. De resto, em largas passagens o que ouvimos é o lago, e quando há intervenção humana esta tende a envolver-se com a realidade áudio circundante, não a sobrepor-se. O efeito é calmante, mas desperta em simultâneo a imaginação de quem ouve – “Frogs” funciona como um filme dentro das nossas cabeças. E o mais curioso é que esse filme “acontece” de noite. As imagens que nos ocorrem têm reflexos lunares sobre a água”.

Rui Eduardo Paes, Jazz.pt (2014)

Recensione di Frogs (Gustavo Costa/Patrizia Oliva) Sonos

“Improvvisazione catturata live ai bordi di un laghetto nei pressi di Luminasio, nel comune di Marzabotto, con Patrizia Oliva ad emettere vocalizzi primordiali e suoni onomatopeici (nonche’ a suonare flauto e xilofono), con il portoghese Gustavo Costa, a percuotere pelli, piatti, e campanelli e con foglie fruscianti, uccelli cinguettanti e rane gracidanti a fungere da coro tragico dell’intera performance. Esperienza Panica.”

Gambacorta, Blow Up (2014)

Rai Radio 3 Battiti 29/10/2014

Estratto dall’album “Frogs”, Patrizia Oliva/Gustavo Costa, nel programma diretto da Pino Saulo. http://www.radio3.rai.it/dl/radio3/programmi/puntata/ContentItem-6c020bdd-b14b-450e-9b82-7d2d60789e53.html

Recensione di Frogs (Gustavo Costa/Patrizia Oliva) Sonos

“Here’s one that’s a little outside of my usual listening habits. Oliva and Costa have recorded a continuous 26+ minute track next to a small lake in Luminasio (Marzabotto, Bologna, Italy). There are definite elements of a field recording present in the soothing sounds captured in nature, and the two musicians have added vocals and percussion in real time without overdubs. As suggested by the locale, FROGS proceeds in a generally placid, meditative nature until Ms. Oliva adds intensity with her wordless vocal effects”.

Craig Premo, Improvised, (2014)

Recensione di Frogs (Gustavo Costa/Patrizia Oliva) Sonos

“Oggi son poche le cantanti jazz che spendono la propria vocalità lontano dai clichés che siamo soliti ascoltare: pochissime, poi, quelle che realmente compiono un processo di ricerca e sperimentazione (con tutti i rischi di sorta) per trovare nuove e valide combinazioni sonore. A questo proposito è singolare ed unica l’esperienza immortalata sull’ultimo lavoro di Patrizia Oliva, intitolata “Frogs”, in cui assieme al percussionista Gustavo Costa si è recata nelle prossimità del laghetto di Marzabotto (prov. Bologna), per un’incredibile suite vocale-percussiva-concreta. Ventisei minuti di originale poesia a flussi, tutta incentrata sulle espansioni della voce (motivetti accennati che fanno pensare ad Ella ed Joni al cospetto di Cappuccetto Rosso per le strade della nonnina, oppure vocalizzi non-sense, a volte tipici della drammaticità dell’arte contemporanea), spunti a fronte di un tappeto percussivo indotto a creare un rituale (tra mini tam-tam e cimbali subdoli), e lo sfondo dei suoni naturali del lago (composto da uccelli, rane, fruscii, etc.) che diventa un elemento integrato nella performance. “Frogs” è un approfondimento delle teorie della deep listening ed è uno splendido invito all’intelligenza di porre progetti, che dir futuristici è quasi eufemico”.

Ettore Garzia, Percorsi Musicali (2014).

Recensione di Frogs (Gustavo Costa/ Patrizia Oliva) Sonos

“Ci vuol coraggio, consapevolezza e più di un grammo di fanciulla follia, nel presentarsi cosi nudi e fragili. Percussioni, voce e corpi in movimento, esposti in performance istantanea, sulle rive di uno specchio d’acqua dalle parti di Luminasio (Marzabotto). Un’istintiva relazione/interazione con l’ambiente circostante, che si snoda lungo un’ariosa serie di delicati call and response. I metalli, le pelli e i legni del portoghese Gustavo Costa, a vibrar e suggerire, la voce di Patrizia Oliva (Madame P), fra il sussurro e lo scarto verso l’alto, a narrar filastrocche impiastricciate di terra. E nell’assenza di vento e fra il bisbigliar acuto dei pennuti in osservazione curiosa, ti par d’udir il raschiar di un accorato blues spellato. La rana rana e il picchio picchia, complici e ospitali”.

Marco Carcasi, Kathodik, (2014)

Rai Radio 3 Battiti 22/01/2013
Due brani tratti da Arberia nel programma diretto da Pino Saulo. http://www.radio3.rai.it/dl/radio3/programmi/puntata/ContentItem-72f9c144-8e0d-477f-a361-fff5ef1e2743.html

Recensione di Arbëria (Patrizia Oliva) Setola di Maiale

“Ho perso il conto degli album solisti o in cordata con altri di Patrizia Oliva. Ma ogni volta che sento un lavoro inb cui c’è lei coinvolta a qualche titolo, mi stupisco sempre per la netta riconoscibilità del suo tocco, che con gli anni si sta facendo sempre più prezioso, come nell’abusata metafora del buon vino. Improv-elettronica calata in vuoto estroso e vaticinante, con voce che dilaga o si posa appena sulla superficie, plasmando lo svolgersi degli eventi. Idealmente collocabile le text-sound composition di Ake Hodell e gli esperimenti recenti Kyriakides.”

Loris Zecchin, Solar Ipse (2013)

Recensione di Arbëria (Patrizia Oliva) Setola di Maiale

“Qualche anno fa Patrizia Oliva effettuò delle registrazioni sotto la direzione di Fausto Balbo, editate poi nello spartano CD-R “Gestuelle du blue Tempo”, e adesso parte di esse vengono recuperate, insieme a cinque titoli inediti registrati in una tornata successiva e sempre con Balbo, per questa produzione sicuramente più accurata, ad iniziare dalla splendida veste grafica (opera di Nora Keyes e Stefano Giust). Tutto il materiale è firmato dalla stessa Oliva – che per la prima volta, almeno credo, si presenta con il proprio nome – ad eccezione di Water, dove le parole sono del naturalista austriaco Viktor Schauberger. Ad emergere è la splendida voce dell’autrice, ricca di variazioni e coloriture ma senza essere mai supponente, aiutata sicuramente dal lavoro svolto da Balbo relativamente alla registrazione degli artifizi elettronici. Se le parti sonore possono far pensare spesso ai microcosmi di Bernhard Günter, la voce varia per intonazione proiettando ombre che vanno da Billie Holiday a Tim Buckley, passando per Jeanne Lee e Jane Birkin. È difficile trovare in giro una mescolanza di jazz, elettronica e psichedelica così ben riuscita. Ci sto pensando da giorni ma non mi sovviene nessuno. Nonostante il tempo trascorso, le prime registrazioni risalgono al 2006 e le seconde al 2008, queste otto ‘nuggets’ non mostrano alcun segno d’usura. Semplicemente magistrali. Chissà che in futuro qualche cervellone non le riscopra riservandogli un piedistallo fra le cose importanti di questi anni.”

Mario Biserni, Sands-zine (2013)

Recensione di Arbëria (Patrizia Oliva) Setola di Maiale

“Patrizia Oliva ha da qualche anno abbandonato il suo pseudonimo Madame P presentandosi con nome e cognome, continuando a pubblicare una registrazione dopo l’altra e a suonare in giro per il mondo. Questo Arberia esce per Setola Di Maiale, con cui Patrizia collabora ormai da tempo; i brani qui presenti sono stati registrati nel 2006 e nel 2008. Otto brani lenti e d’atmosfera dove la voce la fa comprensibilmente da padrone, accompagnata da una goccia di elettronica e field recordings, tracciando melodie, creando ambientazioni sonore con vocalizzi, recitando… tutto senza mai strafare e mantenendosi in un ambito “melodico” mai scontato, riuscendo a narrare le proprie emozioni senza alzare il tiro verso l’urlo, il rumore o la cacofonia; tutto questo le riesce in maniera molto brillante, soprattutto grazie ovviamente alla sua notevole voce. La registrazione, il mix ed l’editing impeccabili sono di Fausto Balbo, la bella immagine di copertina è di Nora Keyes, grafica di Stefano Giust, come sempre semplice e azzeccata (tanto da rendere sempre più le uscite Setola un marchio di fabbrica che può tentare anche i collezionisti/completisti).”

Emiliano Grigis, Sodapop 2013

Recensione di Arbëria (Patrizia Oliva) Setola di Maiale

“Partendo dalla selvaggia cacofonia delle Allun, Patrizia Oliva ha saputo sviluppare un interessante percorso solista attraverso un linguaggio ibrido che si colloca fra improvvisazione, elettronica e qualche vario accenno alla musica tradizionale. L’elemento centrale al quale ruota tutto l’impianto di “Arbëria” è sicuramente la voce, spesso utilizzata in modo ipnotico e reiterativo quasi a voler creare un ideale ponte tra le sperimentazioni folk di Linda Perhacs e la scarna musicalità di Laurie Anderson (“Blue”), sospesa in una dimensione intermedia tra melodia e astrattezza, fra sogno e memoria. L’impianto è estremamente sobrio e la forma ancora perfettibile, qualche flebile drone o pattern elettronico in sottofondo con la voce a fluttuare libera in volute di note circolari e avvolgenti, ma proprio questa estrema essenzialità rivela una fragile vena poetica che ammanta di fascino e toni crepuscolari anche le inevitabili ingenuità.”

Massimiliano Busti, Blow Up 2012

Recensione di Arbëria (Patrizia Oliva) Setola di Maiale

“Anni di gavetta passati a sperimentare con noti esponenti delle scene free jazz, a improvvisare con numerose formazioni (Allun, Gravida, Camusi), a calcare palchi in tutta Europa e negli Stati Uniti. Field recordings coperti di sussurri, strati di voce che si mescolano ai suoni della natura. Lo strumento principe di Patrizia è la voce, filtrata, distorta, mandata in loop e che spesso risulta irriconoscibile come tale, ma è sempre efficacissima. Il suo nuovo album “Arbëria” (su Setola di Maiale) è un disco difficile da inquadrare in una categoria che non sia quella della “sperimentazione sui generis”. È particolarmente sospiroso ed è una delle cose più sexy che abbia mai sentito, ragione di più per andarla a vedere dal vivo.”

Andrea Cazzani, Zero 2012

Recensione di Arbëria (Patrizia Oliva) Setola di Maiale

“Un corpo febbricitante. Movenze selvatiche, odorano d’urgenza. Torna Patrizia Oliva (Madame P, Camusi, Gravida. Ed altre sigle e unioni che la riguardano). Torna lo spaesamento, la difficoltà nell’inserir il suo nome, in una facile casella artistica identificativa. “Arbëria”, è frutto di due separate sessioni (una del 2006, l’altra del 2008), entrambe curate da Fausto Balbo. E siamo alle solite con Patrizia. Difficile, veramente difficile, trovargli apparentamenti. Si parte alla lontana, scavando nel folk, ma poi, il jazz, l’improvvisazione, l’elettroacustica, la poesia, il volo degli uccelli, il silenzio, dove li mettiamo? Li stipiamo in otto brani minimali, rischiarati da molte luci, e qualche ombra. Ma altrimenti non potrebbe esser, vista la distanza temporale, che separa queste registrazioni dall’oggi. Qualche pigro stiracchiamento ad appesantir l’ascolto (l’iniziale Inverno, peraltro intrigante, nell’utilizzo della lingua italiana). Per il resto, piccoli rosari cubisti, snocciolati in alternanza grazia/ferocia. Bird’s Song, singhiozzante, melodica, carezzevole. Blue, deliziosa stratificazione, avanguardia travestita da tradizione. La tesa Water (su testo di Viktor Schauberger), densa e concentrica. Il lento affondamento emozionale di Ombra Di Sole. Il ritmo del cuore, a scandire il lento proceder (elettroacustico in loop), di Two Blow Sense. L’infantile, spezzata invocazione, della conclusiva Stone’s Mountain. Patrizia Oliva è un’improvvisatrice. Patrizia Oliva, conduce una difficile ricerca, sulla vocalità contemporanea. La voce è il suo strumento, elettronica e field recordings, corollario discreto. E parla di pietre, d’uccelli, d’amore, di montagne, d’acqua e stelle. Nulla di perfetto, ma in fondo, necessario.”

Marco Carcasi, Kathodik 2012

Recensione di Live at Fluc (Patrizia Oliva) Dokuro

“Un’ectoplasma verdognolo che prende possesso dell’abitazione intrufolandosi attraverso le condutture dell’acqua. Voci che espugnano le menti per trasformarle in pelli frastagliate da nei e cicatrici. Misticheggiante” Loris Zecchin, Solar Ipse 2012

Recensione di Live at Fluc (Patrizia Oliva) Dokuro

“Patrizia svolge e crea il suo lavoro in solitario: voce come strumento musicale principale; come contorno una grande varietà di strumentazione elettronica. La migliore occasione per apprezzare la sua musica è attraverso i live set, e questo mini cd-r dal titolo “Live At Fluc, Wien” ne è la testimonianza diretta. Poco meno di venti minuti di splendidi vocalizzi al limite dell’ultrasonoro, urla di possessioni demoniache che si alternano a lancinanti grida di dolore in una sorta di rito voodoo che culminano con la meritata estasi. Patrizia Oliva – alias Madame P – è la regina italiana dei vocalizzi estremi”.

Massimiliano Mercurio, Ondarock 2011

Recensione di Live at Fluc (Patrizia Oliva) Dokuro

“Menzione dovuta anche al ritorno di Patrizia Oliva che in Live At Fluc, Wien, cd 3” per l’ottima Dokuro, lascia per il momento in disparte Madame P e si concentra su ritualistiche stratificazioni elettronico-brutiste e semi-concrete che fanno il paio col solito, eccellente (multi)uso della voce – angelico, demoniaco, posseduto e astratto – con cui l’abbiamo apprezzata in molte sedi”.
Stefano Pifferi, SentireAscoltare 2011

Recensione di Live at Radio Kairos (Gravida [Patrizia Oliva / MaryClare Brzytwa / IoIoI] with Kanoko Nishi and Stefano Giust) Setola Di Maiale

“Patrizia Oliva introduce la performance delle Gravida che vedrà Kanoko Nishi al koto, Mary Clare Brzytwa al flauto e Stefano Giust agli oggetti e alle percussioni; oltre a Ioioi (chitarra) e Patrizia Oliva medesima alle voci. È il flauto ad aprire le danze… mentre sotto sembra ci sia un fuoco in combustione (è Giust?), il fiato è come un treno lento in lontananza, una vaporiera. È un progetto fatto di distanze, viaggi e spostamenti questo qui. Percussioni e sfregamenti sotto un lento sibilo… corde e fiato parlano linguaggi lontani, primitivi… ma intanto qualcosa continua a macinare tappeti schizofrenici del tutto moderni. Queste due tendenze si scontrano palesemente, finché in mezzo non si erge la voce (anzi Le voci) a fare da paciere. Resta un ronzio di insetto dentro a un bicchiere di vetro, cresce, ricompare il fischio. Psichedelia leggera leggera, con le percussioni a mettere disordine. Mani che applaudono in mezzo a questa indefinitezza, respiri pesanti, è gioco di scontri… session che va su&giù. Perdo il segnale, voci sepolte da serie di suoni “inqualificabili”, quello caramelloso del flauto sembra stonare in tutto ciò, ma sono proprio i contrasti a fare vivere questa musica pentacefala. È colonna sonora per un balletto fatto a testa in giù (il segnale ora va e viene). La chitarra acustica (?) pizzica armonici mentre sotto continua a macinare il fuoco percussivo e a lamentarsi il koto… uno zoo sonoro vero e proprio; parte poi una specie di baccanale fatto di menadi danzanti, urla animalesche e battere di mani. Potrebbero ricordare la NoNeckBluesBand / Embryo o gli episodi più out di Ummagumma (figlioccio semi-ripudiato dagli stessi Floyd). Ancora più spontanee, se possibile; sì sono 3 minuti di rito bacchico e rumori lanciati verso la luna… si scarica però. Il flauto incalza stavolta e pare ridare corpo ad un ritmo condannato a morte, Patrizia lascia la voce ad attendere finché una sorta di rinascita non avviene… è un movimento che si avvita su sé stesso, si contorce, muore, rinasce… poi spunta un’altra voce da maestro orientale non proprio a posto (o semplicemente in pace col suo mondo), si eleva a mettere ordine tra i vari suoni di strumenti: ne esce fuori una specie di mantra-rap (giuro!) col koto, il flauto, la chitarra… tutti a ricamare la colonna sonora del balletto di prima. A testa in giù, ovviamente. Finisce con un applauso self made, proprio come una comunità che suona solo per sé stessa in un giorno di festa. Quindi, tra le frequenze della radio, si inserisce una musica “normale” (cover dei Talking Heads) che risulta quasi inascoltabile. Trenta minuti di altro. Grazie.”

LHOOQ’s blog, 2009

Recensione di Live at Radio Kairos (Gravida [Patrizia Oliva / MaryClare Brzytwa / IoIoI] with Kanoko Nishi and Stefano Giust) Setola Di Maiale

“In linea con il catalogo setolare è il secondo disco delle Gravida che vede il terzetto base addizionato dal setol-fact-totum Stefano Giust e dalla kotoista Kanoko Nishi. Un unico brano – o meglio un’unica lunga impro a base di flauto, chitarra acustica, koto, voci, piccole percussioni e oggettistica varia – registrato in diretta a Radio Kairos di Bologna, per una musica libera e liberata, alla maniera dei Red Crayola della ‘parabola’, ma con più logica e cognizione di causa. Musica per non musicisti suonata da musicisti. Ottima l’intesa e la compartecipazione dei cinque, per un suono percussivo e selvaggio, dai forti connotati sciamanici, che finisce per simboleggiare una specie di saga dionisiaca scomposta e sfrenata. Un rito pagano e psichedelico, ma di un onirismo molto fisico e poco spirituale, che lascia l’amaro in bocca per il (probabile) prematuro split di questo ensemble (MaryClare Brzytwa è rientrata negli Stati Uniti).”

Mario Biserni, Sands-zine 2010

Recensione di Concepimento (Gravida [Patrizia Oliva / MaryClare Brzytwa / IoIoI]) Incisioni Rupestri

“Una discesa nell’utero della creatività femminile, parto, proprio il caso di dirlo, di due protagoniste della scena avant-femminile italiana, Patrizia Oliva e IOIOI (Cristiana Fraticelli), e della californiana Maryclare Brzytwa, di scuola Mills College. La matrice è industrial-elettronico con forti contaminazioni rituali e psichedeliche, mentre l’approcio vocale si muove tra forma-canzone sperimentale, elettroacustica e musica contemporanea, metabolizzando anche l’etnico. Ben reso il senso magico, sofferto e carnale che c’è dentro ogni tipo di concepimento.(7)” Dionisio Capuano, Blow Up.
“Descent into the uterus of female creativity, childbirth’s appropriate to say, two female protagonists of the avant-Italian, Patrizia Oliva and IOIOI and MaryClare of California, School Mills College. The matrix and industrial-electronic and psychedelic ritual contamination for you, while the vocal approach moves between form-song experimental electro-acoustic and contemporary music, metabolizing also ethnic. Ben made the sense of magic, suffered and carnal behind all kinds of conception (7)” Dionisio Capuano, Blow Up

Recensione di Invocalizations (Patrizia Oliva / Maurizio Bianchi) Menstrualrecordings

“60 minuti di fantasmagoriche invocazioni notturne che portano la firma di Maurizio Bianchi e Patrizia Oliva, certo sufficienti a mostrare il raggio di luce tagliente che arrota i 4 movimenti di “Invocalizations”. Un deserto di particelle gassose e brume spettrali colmato dal canto di sibilla della vocalist in preda ai propri deliri, preghiere ancestrali che aleggiano, come rantoli di fonemi sconosciuti, nel nulla immanente del magma sonoro che rovina con implacabile lentezza sullo sfondo. Provate ad immaginare una montagna di fango che implode su se stessa trascinando con se’ i rumori, i singulti e i lamenti di una sordida furia disumana, il tutto colato in una congerie di lucori e riverberi perniciosi di flussi e riflussi carsici fatti suono, di stridori sinistri che non lasciano vie di fuga alcuna. (7)”

Aldo Chimenti, Rockerilla 2010

Intervista e articolo su Camusi (Patrizia Oliva / Stefano Giust) Setola Di Maiele

“Voce e percussioni. Uno spruzzo di elettronica. Quella camusiana è musica essenziale e difficile per collocazione e impegno nell’ascolto. Ricca di significati, di spunti, di derive e approdi. Camusi tenta di staccarsi dai contesti storicizzati e convenzionali. E produce una musica senza tempo e fuori dallo spazio che la fa divenire al tempo stesso universale e originale, totale e personalissima. Una musica che si pone al nuovo, frutto di maturità e riflessione globale. C’è un cassetto che ogni appassionato di musiche non convenzionali dovrebbe aprire, rovistarci dentro ed esplorare l’infinito universo camusiano.”

Stefano Pifferi, SentireAscoltare 2008

Recensione dell’album Camusi (Patrizia Oliva / Stefano Giust) Setola Di Maiale

“Atto D’Amore. Le Finestre che sbattono, il temporale a notte fonda, i piatti che si rompono, gli uccelli al mattino che cantano, le interferenze radiofoniche, il cigolio di un grande albero, le foglie che danzano, il suono del fuoco, le palpebre che si chiudono, i passi nel sottopasso umido, il suono di una mano, lo spazzolino sui denti, il fastidio del mondo così com’è. Camusi Camusi Camusi camusicamusicamusica Musica Musica Musica. Stefano e Patrizia. Due corpi esposti. Nudità e muscoli. Un atto d’amore, un dono; inaspettato. Quelli più graditi, quelli che ti lasciano senza parole. Camusi è lavoro di una bellezza infinita, semplice, come le parole che usano per descrivere quel che fanno, semplice come sono loro; persone schiette che vivono di passioni intense. Stefano Giust e Madame P, randello e sorriso, sole e luna; strana coppia. Di quelle che non ti aspetteresti; ed invece… Camusi sfianca le parole, le rende inutili; ci voleva. Batteria, voce ed oggetti, un filo di elettronica ad intorbidire lo scenario, una macchina in fase di rodaggio che promette sfracelli futuri. Potrebbero senza volerlo aver creato un divario fra l’ora ed il poi. Emoziona con poco e nulla, cuore ci mette, voglia di giocare ci mette; non si lascia incastrare. Materiale libero che in That Coil per un istante ti apre una voragine sotto i piedi. Quanto tempo era che non mi si rizzavano più i peli sulle braccia? Più o meno dal minuto 3:08 di questo brano. Il traffico notturno attutito dalla stanchezza. È un cuore che pulsa? Il mio? Il loro? Vedo una spiaggia, non credo di riuscire a raggiungerla… Sento le voci e le braccia non ce la fanno più. Giust implacabile, Eternal Sphere; forse ce la faccio. Ancora poco. Manca ancora poco. Un leggero brivido, All Things Become Water; scivolare. C’è del blues, tutto è improvvisato? Presi e gettati di peso lungo i bordi di una statale deserta, i girasoli sono alti; bello perdercisi in mezzo. Popol Vuh? Sento il calore del sole, l’afa e l’odore della terra che respira. Poi Pansong, Stefano fa quel che deve, raddrizza il tiro, frenetico, Madame P graffia; stritolare. Camusi, Camusi possiede un dono prezioso; la visione. Mi piace pensare che questi suoni sbrecciati siano figli di Sandy Denny e John Martyn, Elvin Jones e Rashied Ali, Tuxedomoon e Joy Division. Una questione di cuore dunque. Questo è solo l’inizio. Camusi Camusi Camusi camusicamusicamusica Musica Musica Musica!”

Marco Carcasi, Sands-zine 2007

Recensione dell’album Camusi (Patrizia Oliva / Stefano Giust) Setola Di Maiale

“È il duo Stefano Giust-Patrizia Oliva (aka Madame P) la sorpresa più stimolante del 2007. Camusi, sciarada di significati lontani, ora rinoceronte, ora profilo umano, si presenta sotto le cangianti forme dei due protagonisti. La madama dell’elettronica italiana ci mette rumori, loops, elettronica deviante e soprattutto la voce: cristallina, pura, sussurrata, distorta, deviata. Il deus-ex-machina delle musiche non convenzionali di Setola di Maiale invece percuote, colpisce, sbatte, sbuffa, accelera e decelera su tutto ciò che possa dare un senso ritmico al tutto, tanto da divenire il vero cuore pulsante dell’opera. L’unione incestuosa tra i due, la fusione estatica tra due spiriti affini genera un mostro a mille teste, tentacolare medusa postmoderna al cui ascolto si resta pietrificati. Trip-hop deforme quanto un ElephantMan su pentagramma, schizzi di una Diamanda Galas luciferina ma atipicamente jazz, Portishead in deliquio, brandelli di rumorismo digital-percussivo, mantra orientaleggianti. Madame P che si autofagocita in continui controcanti in cui campiona e rimanda in vortice la sua stessa voce. Il Giust che stende un tappeto ritmico che ha dello straordinario ma soprattutto dell’ordinario (metalli, forchette, penne…tanti, tantissimi oggetti). La voce di Nostra Signora Electro che si rifrange e diventa più voci, più angolazioni, casamatta di se stessa, Mina + Diamanda Galas + Meira Asher + ogni cosa. Le aritmie dell’uomo-ritmo che tentano di frenarla, confinarla, includerla in un perimetro riconoscibile ma che finiscono per deragliare anch’esse sul sottile filo della follia. La musica che avvolge mondi lontani, che moderna sirena incanta gli ignari naviganti, che si fa acqua come ogni cosa per farsi poi di nuovo, eternamente e magicamente sciarada di se stessa. CamusicaMusi. (8)”

Stefano Pifferi, SentireAscoltare, 2007

Recensione dell’album Camusi (Patrizia Oliva / Stefano Giust) Setola Di Maiale

“Patrizia Oliva e Stefano Giust sono Camusi, di moniker e di fatto. “Madame P” gioca con la propria voce, la effetta, la campiona in tempo reale, la mette in loop e ci canta sopra, come Keiji Haino fa dal vivo con la propria chitarra. Ricorda le grandi che hanno fatto la storia, ma stravolge il “classico” allo stesso modo di Picasso o Bacon quando rifacevano Velazquez. Stefano Giust, l’uomo dietro a Setola Di Maiale, l’etichetta che pubblica questo disco, è ben noto compositore, musicista e performer, che qui suona i suoi strumenti preferiti: percussioni e oggetti. I brani dell’album sono stati estrapolati da un’unica improvvisazione libera della durata di un’ora e mezza (si può dire che i Camusi siano per natura un progetto live), di conseguenza non è possibile una descrizione tradizionale o l’individuazione di un genere (a onor del vero, molti utilizzano il termine “jazz”, affiancandoci suffissi, prefissi, precisazioni). Solo una serie di appunti e impressioni, dunque, nient’altro che tentativi di prendere un po’ di questi frammenti musicali e incartarli con le parole: l’inizio apparentemente normale con “So Dear”, anche se la voce fa già tre cose insieme contemporaneamente, ma questo non è nulla in confronto a come impazzisce e si moltiplica in “That Coil” e a com’è primitiva in “Eternal Sphere”, dove Giust si “struttura” in maniera più tribale del solito per venirle incontro. “Remember Me Like An Ocean” e “Garden Sky My Friend” sono così inquietanti e ambient che sarebbero state benissimo in qualche colonna sonora dei “gialli” italiani anni ’70, dove i nostri compositori (Morricone, Gaslini, Maderna…) si sbizzarrivano con voci e suoni e gettavano un po’ di avanguardia in quelle pellicole oggi di culto. Che altro dire? Questa è/questi sono camusicamusi… camusicamusicamusicamusi…”

Fabrizio Garau, Audiodrome 2008

Recensione dell’album Camusi (Patrizia Oliva / Stefano Giust) Setola Di Maiale

“Credo che molti di voi conoscano Stefano Giust e Madame P e se così non fosse li inquadreremo dicendo che lui è uno dei batteristi (limitante visto che suona anche altro) più eterogenei che ci siano in Italia e che ha suonato con chiunque un po’ come Francesco Cusa. Madame P se non rimarrà nella memoria per aver fatto parte della prima line up delle Allun è rimasta impressa ad alcuni che si saranno visti uno dei suoi millemiglia tour stile bombardamento di Coventry. Ma una cantante “a cappella” fornita di loop station e qualche pedale (ed un vecchio synth) ed un batterista della finezza di Giust (che comunque esce dal jazz) che possono fare? Si incontrano a metà strada, quindi direi che vocalizzi solitamente melodici, colorati da folate percussive appena accennate. Se spesso nonostante le ottime qualità, a Patrizia Oliva mancano le cesellature per fare un’ulteriore salto in avanti, il connubio con il boss di Setola Di Maiale mette tutto più a fuoco, tanto che sono tentato di dire che sia il suo progetto migliore. Incredibile dictu se anche fra le maglie dell’improvvisazione i due si lanciano in campi tortuosi, il disco è molto melodico ed a tratti etereo, tanto che per certi momenti tirerei in ballo Bjork in trip da Cocteau Twins minimali e 4AD (All Things Become Water, Garden Sky My Friend…) tutto “ruvido” però. Altrove il disco rimane più appiccicato alla summa esatta dello stile dei due membri (come l’iniziale So Dear). Ultimi grandi spettri che aleggiano sulla città stile “lucifero su Londra” sono psichedelia e minimalismo orientale (i dodici minuti di All Things Become Water), quest’ultima specifica si riferisce al fatto che non si tratta di minimalismo “occidentale” figlio di Young, Reich, Riley o Glass ma di minimalismo “zen” con gli occhi a mandarla (che poi anche questo sia influenzato dalla musica gamelan beh, altro discorso). Quest’ultima osservazione mi permette di introdurre un parallelo che mi sembra dovuto per un disco del genere, infatti seppur ruvido (registrazione live su minidisc) trovo che questo CD non sia troppo lontano da alcune delle cose più o meno recenti di Yoshimi (dovrei aggiungere perciò kraut-prog? E facciamolo) che al secolo era ed è una dei batteristi dei Boredoms. Per quanto non sia un mistero che gli ultimi Boredoms in versione freak, psichedelica siano anche molto fruibili credo che sia intuibile che si tratti di un disco comunque molto melodico e questo va detto perché nel suo acidume etereo e nonostante una vena di grigiore, la musica è quasi accessibile a tutti. “Chi ben incomincia è a metà dell’opera”.

Andrea Ferraris, Sodapop 2007

Recensione dell’album Camusi (Patrizia Oliva / Stefano Giust) Setola Di Maiale

“Il progettto di Madame P – al secolo Patrizia Oliva – e Stefano Giust è metodologicamente lineare: la voce lavora su se stessa (loop e delay), stratificandosi e moltiplicando la propria immagine interpretativa; il set di percussioni ed oggetti ora procede per linee di fuga controllate, al fine di spezzare la mera circolarità della musica (So Dear), ora invece sottolinea la cadenza del canto, come nel beat blues di That Coil. Lo scopo sembra quello di arrivare a diverse manifestazioni di cantabilità, passando, se del caso, per qualcosa di simile all’improvvisazione (Eternal Sphere, Remember Me Like An Ocean). Da All The Things Become Water, – che nasce informale e si conclude come una Canterbury abbandonata – l’interplay si fa però meno prevedibile e nell’ultima traccia, Garden Sky, My Friend, il duo allestisce un teatro sonoro di infanzie perdute e cigolanti cancelli della memoria, dando evidenza soprattutto alla versatile intelligenza emotiva di Giust. (7)”

Dionisio Capuano, Blow Up 2007

Recensione dell’album Camusi (Patrizia Oliva / Stefano Giust) Setola Di Maiale

“Progetto tra i più stimolanti di quella epifania vivente che è Stefano Giust, Camusi è un duo di improvvisazione atipicamente jazz, nato dall’incontro con l’altra anima gemella Patrizia Oliva, a.k.a. Madame P. La Camusica nasce in quell’interstizio esistente tra le cifre stilistiche peculiari dei due: l’elettronica rumorista e la ricerca sulla e della voce di Madame P e l’enorme mole percussiva larvatamente jazz di Giust. La voce della prima si spezza, si rifrange, si autofagocita rimandando tanto a Mina quanto a Diamanda Galas, con tutto ciò che c’è nel mezzo. La capacità trasformistica e di adattamento a contesti sempre più diversi e vari del secondo mostra una compiutezza ormai pressoché perfetta nel saper disegnare paesaggi sonori personali. A risalire dal profondo dell’animo dei due protagonisti sono memorie di una atavica bellezza manifestate sotto forme musicali cangianti: da ipotesi di trip-hop formless a nenie che guardano ad oriente. Un esordio col botto per due musicisti tanto interessanti quanto sottovalutati.”

Stefano Pifferi, SentireAscoltare 2008

Recensione del concerto di Camusi (Patrizia Oliva / Stefano Giust) al festival Scatole Sonore (Roma)

“Il live è sfolgorante: i ritmi frammentati di Giust mutano con la naturalezza di un battito d’ali; è free jazz, è improv radicale, è addirittura trip hop, ogni pezzo porta la sua impronta, indelebile. Non è da meno la Madame per eccellenza: la sua voce trasuda passione e veemenza, è un graffio, una carezza. Tutto questo trascina il suono dei Camusi nel baratro dell’anima, per poi risalire al cielo. Una forma di improvvisazione che riesce nel miracolo di non apparire raffazzonata o capitata per caso. Da non perdere, se li avvistate in concerto.”

Italo Rizzo, Succo Acido 2008

Recensione del concerto di Camusi (Patrizia Oliva / Stefano Giust) al festival Scatole Sonore (Roma)

“Una delle più interessanti rassegne underground romane si riapre nel 2008 sotto il segno del genio. Quello del batterista Stefano Giust, percussionista di incredibile talento e dal groove dannatamente negroide. Camusi ha un tiro devastante: un qualcosa che odora di new thing, bagnato però nelle torbide acque dell’improvvisazione europea e nei solchi di un virtuale rumorismo. La duttilità del duo è un discorso di telepatia, di prontezza nel trasportare gli stimoli cerebrali agli arti. Una performance di grande magnetismo ed impatto.”

Luca Collepiccolo, Blow Up 2008

Review of Black Out (A.A.V.V. Compilation) Afe Records

“The approach of this compilation is quite nice: ask musicians to create music without ‘using any electrically-powered source/instrument, just like they were experiencing a real black out situation’, and we are left in the dark too. There is no tracklist and each tape (limited to 47 copies) is copied in a random/shuffle mode. So if I wanted to write that say Rinus Van Alebeek’s piece is great, I couldn’t. Or if Andrea Marutti’s track sucks, I couldn’t either. Even more: if I would write that the first ten minutes on the b-side is great, you couldn’t verify that: your copy might be different. A true black out indeed… Interesting stuff, difficult to review…”

fdW Vital Weekly

Recensione de Il Colombre (Madame P) Setola Di Maiale

“Il Colombre” è titolo tratto da un racconto breve di Dino Buzzati. “ll Colombre” è memoria, il ricordo del Lab 12 (2003/2007), casa e palco aperto per musicisti da ogni parte del mondo. “Il Colombre” è dedica amorevole, per l’amico di diciotto anni spesi insieme Scoobie-Doo. “Il Colombre” è il dodicesimo lavoro di Madame P, e raramente, l’abbiamo vista perdersi ed aggirarsi fra nebbie violacee come in quest’occasione. Una lunga improvvisazione registrata nella camera arancione del Lab 12 prima della chiusura. Sarà stato il contributo in fase di trattamento ed editaggio da parte di Andrea Marutti (mister Afe rec.), ma, il blues alieno di Madame P non è mai risultato cosi cupo e disossato. Ombre che si allungano, la voce che si sfalda sotto il battito della pietra, ellissi e cadute repentine, quasi narcolessia codeiniana. Voce, effetti e tastiere, tutto in tempo reale come al solito. Ma stavolta si sfonda una porta, il suono si disancora dagli ormeggi; in fluttuazione libera. Noi, più in basso, cotti dal sole, stiamo a guardarla attoniti volteggiare. E non ci sono stelle a rischiarar il cammino. Blues forse, quasi certo, ma nel senso di osso, di anima, di ciò che resta. Essenziale e stupefacente. Si accartoccia fra spettrali andature ambient, si ravviva un’istante sotto l’influsso di battiti catatonici minimali. Ma è un ricordo, come tale dura poco, ne resta il sapore sulla punta della lingua, lo stato di sbandamento improvviso che ci coglie lungo la strada, quando ci si blocca all’improvviso e non se ne intuisce razionalmente il motivo, odori e sapori che riaffiorano. I protagonisti di un tempo, di quell’istantanea fugace, colta in mezzo al traffico; svaniti. Punto di fusione a caldo fra avanguardia e tradizione; giochino sfizioso e duro lavoro di ricerca. “Il Colombre”, credo (spero), esporrà Madame P ad un pubblico più vasto. Per il momento questo (probabilmente) è il punto più alto (sin qui…) raggiunto. Qualcosa con cui confrontarsi. Uno stato d’animo. Un atto d’amore.”

Marco Carcasi, Kathodik 2008

Recensione de Il Colombre (Madame P) Setola Di Maiale

L’italiana Madame P può essere inserita nell’alveo delle weirditudini ‘out droning’ anni 2000 anche se molto più “pulita” e interessata semmai a un lavoro su materiali dal chiaro approccio sperimentale; appartiene insomma ad una categoria contigua ma in ogni caso distinta. Eppure tra il suo “Il Colombre” e i tentativi sfatti di colleghi/e come Inca Ore le assonanze sono a tratti vistose: identico lo strumento principale (la voce, per di più femminile) e simile l’idea di fondo, vale a dire sprofondare – prima ancora che in una grammatica vera e propria – in un’idea di suono il più possibile immateriale, sinistra, si direbbe spettrale. Le stratificazioni vocali dell’ex Allun acquistano sfumature soul che fanno pensare a una cosa come Joan La Barbara al night club, accompagnata da nulla più che qualche effetto e una tastiera sempre e comunque liquida; tra arie trattate, reiterazioni dal sapore minimal/ripetitivo, giochi a incastri mandati in loop, trame incrociate di ugole, e pure qualche moaning. “Il Colombre” è un disco che scivola via avvolgente, sottilmente malinconico e perversamente allucinatorio. L’album è dedicato all’ormai ex Lab12, casa della stessa Madame P nonchè porto franco per tanti musicisiti nostrani: sarà per questo che, oltre a suonare molto intimo, pare fatto apposta per traghettare i sonnolenti pomeriggi casalinghi in una dimensione tossica per definizione obnubilante (7)”.

Valerio Mattioli, Blow Up n.120, 2008

Recensione de Il Colombre (Madame P) Setola Di Maiale

“Quando la voce è tutto: gioia, paura, tenerezza, dolore. Titolo preso in prestito da un racconto veloce di Dino Buzzati, “Il Colombre” è l’ultima creatura solista di Madame P. Emotivamente, si tratta di un disco carico di suggestioni, di malinconia e di ricordi. Ancora una volta è la fucina creativa del Lab12 (il loft abitato e amato da Patrizia) a balzare alla ribalta come luogo pregno di magia.
L’ex Allun dedica palesemente il lavoro all’esperienza della factory, rievocando nel retro-copertina i quattro anni trascorsi all’insegna del confronto con la ‘crema’ del jet set indipendente, italiano e non. Parallelamente, c’è la fonte originaria del cd che si riallaccia alla lunga improvvisazione avvenuta nell’Orange room del Lab un annetto fa, dove effettistica, loop, inserti volanti di una tastiera immateriale, ergono come dei semplici surplus: accompagnatori di una voce dominante, capace di spaziare ovunque, appagando l’anima con il costante e affilato sguardo volto allo studio dell’improvvisazione. Dopo aver richiamato la giusta attenzione sul contributo che Andrea Marutti reca con trattamenti vari e montaggio audio (per me responsabili di una patina oscura spalmata un po’ ovunque) non resta che svestirsi di tutte le formalità di rito, che il caso imponeva, per succhiare fino al midollo l’anima soul (sì: splendidamente Soul!!!) de “Il Colombre”. In principio c’è la catarsi, la discesa in una piena autoanalisi: mistici i primi due apri-pista, Oh! My Home! e Insonnia Crepuscolare, che sembrano composti in una felpata notte di luna piena. Da subito gli incastri (lavorati in real time) della voce sotto forma di loop mietono le prime ‘vittime’. In fatto di ingegnosità non si riscontra un difetto nelle (auto) manipolazioni vocali; collegate con il canto sovrastante, magari gentilmente swing e da signora-di-classe come in My favorite Tree, offrono completezza ed una distribuzione degli elementi eroticamente jazz(y) e nebulosa. E’ ovvio che quest’attitudine è percepita raramente in modo vistoso; nella pluralità del tragitto, l’inclinazione della milady per il lato cool dell’improvvisata è ravvisabile, diciamo, mediante piccoli e sublimi ‘scarti’: sbalzi sottopelle di dolcezza armonica che con orgoglio, anche nelle situazioni più sinistre, trova la forza (e soprattutto il giusto momento) per comparire con tutto il suo splendore. Vi sono, poi, spazi dove l’astrazione incontra aliti di contemporanea: la frammentazione de L’Appeso, con il cuore colmo di pathos per la reiterazione-perfetta dei samples vocali. Quando la geometria della piacevole-imperfezione è prossima alla maniacalità nel programmare l’inserzione di tanti suoni (spunti) dentro un’unica formula. Difficile da spiegare, ma basta sentire il pezzo citato per accorgersene e convenire a pieno con ciò. Madame P prospetta e pone i loop tra loro secondo differenti velocità, che fuse, combinate, alchimizzate marciano come un esercito-di-unità inarrestabile. Silence è micro wave liquefatta da un canto dispotico ed elettro-distorto; May Of Sikh è oscura paura, un esperienza-superiore dove la trasformazione istantanea della voce, da alta e sinuosa a greve e tantrica, porta a pensare che la nostra qualche nascosta passione per la wave esoterica dei Dead Can Dance (e di Lisa Gerrard in particolare) l’abbia avuta e come nei curiosi fasti adolescenziali; I Believe In Ground è quello che Bjork oggi dovrebbe fare per uscire dallo spettro del mainstream ed essere (mi perdoni) una cantante che osa: medley delineato da sotterranei controtempi elettronici low-d ‘n’ b – aspri, granulari, all’osso – in supporto ad un canto che corre da tutt’altra parte, incurante di ciò che c’è dietro. Contrasto evidente, magia lampante. Ride For a Dream rincasa la dose di ascetismo (ora più spartano e nordico), amplificando così l’attacco successivo, energetico e soul, elaborato in Today Is Tomorrow: vera e propria chicca dalle pulsazioni dancefloor. L’ari(ett)a minimal-magnetica reichiana vissuta nella celestiale chiusura, firmata Type Three, è soltanto il preludio di un ulteriore stacco-finale: un canto educato, perbenista, distratto e virtuoso accompagnato dal fragore, quasi metronomico, cagionato dalla caduta-libera di oggetti, presumibilmente, vetrosi. Che dire, abbondiamo con le formalità e gridiamo ai quattro venti: SUBLIME!!!”

Sergio Eletto, Sands-zine 2008

Recensione de Gestuelle du Blue (Madame P) e Journey Through The Shadow Of The Sun (Madame P / Andrea Marutti) Self Release, Afe Records

“Avevo sentito parlare di queste registrazioni prodotte da Fausto Balbo, effettuate in un ‘vero’ studio di registrazione e, quindi, più professionali del solito. Avevo anche sentito dire che dovevano essere pubblicate da una qualche etichetta discografica ma, evidentemente, non sono piaciute poi tanto ai gestori di quel marchio se, infine, vengono diffuse nella maniera ormai consona a Madame P, ovverosia come autoproduzione (e il termine potrebbe essere ormai considerato quasi come un suo sinonimo: «autoproduzione s.f. (di cose) autofabbricazione, autocreazione, autoconfezione; (riferito a persone) Madame P»). Devo anche dire che quel ‘professionali’ mi aveva leggermente allarmato, dal momento che lo associo al concetto di ‘professionista’ ed a tutta la merda che ci sta dietro. Ma, finalmente, ecco qua che il mistero si svela. Pippe di Budda! Avete presente quei funamboli che camminano in equilibrio mentre voi pensate Ora cade!, tanto che accorrete sotto con la rete, ma quello continua imperterrito a camminare su quel cazzo di corda, e arriva alla meta senza fare una piega. Ecco, è allo stesso modo che Madame P resta miracolosamente in equilibrio in un filo che non è forma canzone di tipo canonico ma neppure sperimentazione vocale tout court, e non è materia troppo astrusa ma neppure consuetudine pop(olare), e dove gli intrecci della voce si immergono in ninnananne, filastrocche, gospel, jazz, psichedelia ed altro con un appropriato utilizzo degli effetti che, fortunatamente, se ne stanno discreti alla finestra. Madame P, probabilmente anche grazie a Fausto Balbo, è riuscita nell’impresa che mi auguravo da tempo: valorizzare al massimo la propria voce. Ed è andata anche oltre quel suo sistema di buttare giù le idee senza lavorarci troppo sopra per passare immediatamente a nuove stimolazioni, il che può anche andare bene, ma la giusta dose di rifinitura che traspare da queste registrazioni è comunque quel piccolo particolare in grado di trasformare un disco interessante in qualcosa di più definitivo. E soffia il vento a raffiche violente, bestia come soffia, e quel filo oscilla come un ponte incaico, e ti aspetti il tonfo… ma il tonfo non c’è e Madame P esce fuori da questo groviglio di voci come una Minerva che sorge dal mare sopra la sua conchiglia. Magari non sono attendibile, perché questo è il disco cha aspetto fin dalla prima volta che ho avuto il piacere di ascoltare Madame P, ma voglio comunque dire che “Gestuelle du blue Tempo” è uno dei migliori lavori usciti in Italia nella prima metà del 2007. Vi sento già mormorare Ma 16 minuti sono un po’ pochi!, e posso darvi la stessa risposta che mi diede Jason Kahn a Bologna, quando osservai che aveva fatto un concerto troppo breve, Qual’è secondo te la giusta durata di un concerto? Le scarne note dicono che “Gestuelle du blue Tempo” è stato registrato tra le montagne e, visti i risultati, propongo di offrire alla lady un periodo di residenza nell’Himalaya per collaborare con lo Yeti. E proprio ‘intorno’ ad una canzone di “Gestuelle du blue Tempo” il prode Afeman costruisce un remix che, cosa affatto curiosa, dura da solo più di tutto il disco firmato dalla ‘tigrotta’ di Vigevano. Il musicista milanese ci riporta indietro, agli anni dei ‘grandi’ remix, mutando la sensualità della pista originale in solenne misticismo. Nella realtà, seppure la sua sontuosità possa far pensare ad un grande viaggio spaziale, quello dell’Afeman è un viaggio ‘cosmico’ rivolto più verso l’interiorità che verso l’esteriorità, e che nasce e si sviluppa come autentico atto d’amore vs gli elementi base forniti da Madame P. Funzionerebbe benissimo come mantra da recitare pellegrinando intorno al monte Kailas, magari insieme alla Lady che nell’occasione potrebbe prendersi un piccolo stacco dal lavoro con l’abominevole uomo delle nevi. Un unico appunto: perché non racchiudere i due lavori in un unico CD?”

Mario Biserni, Sands-zine 2008

Recensione di Journey Through The Shadow Of The Sun (Madame P / Andrea Marutti ) Afe Records

“…’intorno’ ad una canzone di “Gestuelle du blue Tempo” il prode Afeman costruisce un remix che, cosa affatto curiosa, dura da solo più di tutto il disco firmato dalla ‘tigrotta’ di Vigevano. Il musicista milanese ci riporta indietro, agli anni dei ‘grandi’ remix, mutando la sensualità della pista originale in solenne misticismo. Nella realtà, seppure la sua sontuosità possa far pensare ad un grande viaggio spaziale, quello dell’Afeman è un viaggio ‘cosmico’ rivolto più verso l’interiorità che verso l’esteriorità, e che nasce e si sviluppa come autentico atto d’amore verso gli elementi base forniti da Madame P…”

Sound and Silence

Recensione di Journey Through The Shadow Of The Sun (Madame P / Andrea Marutti ) Afe Records

“…ora viene il “drone eterno”, dal principio dei tempi abita nell’Universo quale suono immanente. Andrea Marutti e Patrizia Oliva ne intercettano una porzione temporale dalla cabalistica durata. Una stratificazione di suoni non descrivibile, se non per macro-percezioni. Ci appaiono alle orecchie tre presenze. Un suono immanente e immobile, il marciapiede del continuum spazio-tempo. Una massa risonante, cumulo nembo nel quale siamo immersi, i cui armonici e le cui coloriture di frequenza sono in perenne cambiamento. E risonanze metalliche più interne (non del tutto… “visibili”) di oggetti che, forse, hanno una loro tangibilità…”

Blow Up

Recensione di Journey Through The Shadow Of The Sun (Madame P / Andrea Marutti ) Afe Records

“…Il viaggio attraverso “Ombra di sole” va fatto trasportati dai drone profondissimi di Andrea Marutti: si può immaginarlo come un galleggiare sconfortante nello spazio, sapendo di essere spacciati, oppure un perdersi nelle regioni più cupe del nostro inconscio, ma di sicuro si sa che sarà cibo prelibato per tutti quelli che nel tempo hanno apprezzato il progetto Amon. In effetti, sembra proprio che Andrea abbia portato alla perfezione un certo tipo di discorso “dark ambient” iniziato molti anni fa…”

Audiodrome

Review of Journey Through The Shadow Of The Sun (Madame P / Andrea Marutti ) Afe Records

“As usual with Andrea and his label in general we’re treated to some very interesting dark electronic music. In this case “Journey Through the Shadow of the Sun” is a major alteration of one of Madame P’s solo vocal works, previously called “Ombra di sole”. Andrea manipulated and re-worked this song into a deep droning ambient piece with odd indistinct whispers and violent hissing sounds, which I’m assuming were previously Madame P’s voice. The whole thing is really quite interesting and it’s astounding to think someone could take what I’d imagine was once a normal song and turn it into this. It’s a really fascinating piece that begins calm, but slowly builds into a more epic piece of dark ambiance that’s enjoyable on a multitude of different levels.” Lunar Hypnosis

Review of April’s fool (Madame P / Andrea Marutti) Afe Records

“Great layout and weird collaboration for this 3″mcd which puts back on the map both Andrea Marutti (head chief of Afe records, but also musician mainly known as Amon/Never Known) and Madame P.
I think unusual it’s the only comment that really make sense given that Marutti is quite far from his usual ambient-dronical-electronic environment and Madame P is not singing and that’s been her usual occupation so far. Despite the title “April’s fool” sounds much more cold and serious than you could expect from such a layout. Let’s say this’ an electroacoustic/concrete-electronic release where synths and laptop dissimulate the natural noises made out of contact microphones, glass and objects. A short collection of four episodes of playful improvisation reworked and redefined by the hand of both. The end result is sometimes sharp and simple, an audio blast like some primitive electronic-industrial experimentalists in the way it was back in the early eighties. Fans are warned it’s a limited edition, non-aficionados should keep in mind the average material of these two musicians is really different. Great layout and weird collaboration for this 3″ mcd which puts back on the map both Andrea Marutti (head chief of Afe records, but also musician mainly known as Amon/Never Known) and Madame P. I think unusual it’s the only comment that really make sense given that Marutti is quite far from his usual ambient-dronical-electronic environment and Madame P is not singing and that’s been her usual occupation so far. Despite the title “April’s fool” sounds much more cold and serious than you could expect from such a layout. Let’s say this’ an electroacoustic/concrete-electronic release where synths and laptop dissimulate the natural noises made out of contact microphones, glass and objects. A short collection of four episodes of playful improvisation reworked and redefined by the hand of both. The end result is sometimes sharp and simple, an audio blast like some primitive electronic-industrial experimentalists in the way it was back in the early eighties. Fans are warned it’s a limited edition, non-aficionados should keep in mind the average material of these two musicians is really different.”

Chain D.L.K.

Recensione di April’s fool (Madame P / Andrea Marutti) Afe Records

“April’s Fool crolla a terra, schianta, esplode, raschia e devasta…”

Rocklab

Recensione di April’s fool (Madame P / Andrea Marutti) Afe Records

“April’s Fool si stacca nettamente dalle linee fin qui tracciate dai due autori per scivolare verso il più incontaminato ‘primitivismo’ sonoro. I lineamenti ‘baccanalmente’ percussivi fanno pensare a nuove creature di derivazione para-folk quali i Volcano The Bear o, quando il gioco si fa più cupo, a vecchi assemblatori dada come i Nurse With Wound.” Sound and Silence

Review of April’s fool (Madame P / Andrea Marutti) Afe Records

“I think ‘unusual’ is the only comment that really make sense given that Marutti is quite far from his usual ambient-dronical-electronic environment and Madame P is not singing and that’s been her usual occupation so far… A short collection of four episodes of playful improvisation reworked and redefined by the hand of both. The end result is sometimes sharp and simple, an audio blast like some primitive electronic-industrial experimentalists in the way it was back in the early eighties…”

Chain D.L.K.

Recensione di April’s fool (Madame P / Andrea Marutti) Afe Records

“Laptop, microfoni a contatto, effetti, oggetti (bicchieri in “Hoax #1” e “Hoax #2”) e voce “ridotta” a strumento per riprodurre la brutalità ubiquitaria ed esorcizzarla (Trick Drawer). Suoni ruvidi, in loop e in delay, le stoviglie della sperimentazione che cadono rumorosamente creando nuvole di feedback (Hoax #2). “More Fool Me” è un brodo primordiale di samples vocali irriconoscibili, nebbioso, dove s’ode l’eco inquietante, frammento-loop, d’un fischiettare.”Blow Up

Review of Pneuma Cold Coffeine Addict

“In Pneuma Patrizia Oliva concentrates in a peculiar way on what seems to be her most considerable artistic gift: her voice. As time went by she developed her own personal mood and style, even if she perfectly fits into an ideal tradition encompassing a virtual space placed sideways between Billie Holiday and Tamia, and crosswise between Lisa Gerrard and Sainkho Namchylak.   What caughts the ear is the natural feeling and the simplicity inborn in her apparently spontaneous progress, it almost look like she doesn’t even perceive the importance of what she’s doing. It has been said: the voice = the body’s breath. This similitude is even more true for Patrizia Oliva, because her voice seems to ooze from her body and skin, it forms around her and wrap her just like a morbid silk dress.   Still the structure of Pneuma is very minimal and background sounds are reduced to the bone: almost alone, the voice plays, overlaps and intersects creating sublime beautiful madrigals. It’s a kind of floating voice, suspended in the air, ethereal and unearthly: a mirror of her soul in addition to the breath of her body.   The first track is almost impossible to grasp, with just a few percussive sounds in the background and a doubling voice. The second track almost sounds like a prayer, an embroidery made of a reciting voice that glides on a soft background made of other voices and daily tiny noises. Then we find a sweet nursery rhyme, with a voice overlapped over electroacoustic elements slowly melting in electronically treated lines until they become celestial melodies.   Another wonderful melody follows on, showcasing an atavic and pagan folk taste that resemble some of Tamia’s songs. The fifth track begins with a refrain that could really belong to a second Billie Holiday, then it develops in a minimal reiterated way. The last track is the longest and dilated of the album, and the most dense for sure, with elements that slowly build a sort of sick psychedelic dream where the voice is just a little bit more than an idea left in the background. The recordings for Solo Voce (Only Voice) were taken a few months before, and its mood is very similar to Pneuma, even if we don’t find any instruments at all. Tracks are built around vocal improvisations overlapped in a sort of inlay work. Spare bits of songs are mixed with recitative parts and/or with vocalizations, giving birth to choral polyphonies that can make the more agile listeners fly and frighten all the others.” Sand-zine, Mario Biserni 2006

Review of Pneuma (Madame P) Cold Coffein Addict

“It’s quite strange to see such a thing full of sweetness released on a noise label, but it’s nice when a label broadens the boundaries. Being in contact with Pati (Madame P) personally, knowing her great personality, I’m writing this review full of positivism. The first time I heard what this italian girl does, I’ve started contacting her immediately, sharing the epithets. Believe that’s not common for me. The trump of Madame P is her voice. It’s so full of feeling, as solacing as of understanding wife; or similar to nature’s kid. Her emotions flow, but quite subtly, she knows how and when to hold it. Madame P gives away her voice to the effects which sweep it far far away, swing to the non-existence, and the guitar gives the start to the new fly of the voice, keeping that monotonic cycle going. (“Animae”). “Dyna” track is composed of the three different themes of voice, those are layered, sometimes the layers make a castling. These are the accentuated emotional turning-points. The glees she makes give an academic atmosphere to the wholeness. “Proton Organum” sounds like a jazz improvisation and that’s close to common, easy remembered melodies, vocal jugglery. Half hour with Madame P and I left steady, fully fed and dressed.”

Arma, Kachifugetsu 2006

Review of Broken English (Madame P / Bjerga / Iversen) Ambold Records

“Late last year Bjerga and Iversen did a tour in the UK (marketing tool number one if you want to be famous: play loads of concerts) and on the road, part of the same tour they ran across Madame P, who herself is an active force in the world CDRs, touring and tourism. I saw her already a couple of times, but I don’t think much of her work was reviewed in our pages. She sings and feeds it through various sound effects and electronica. Like it is common in these areas, on evenings like this, everybody plays together and on ‘Broken English’ (wasn’t that a LP by Marianne Faithfull?) there are the best fragments from four different evenings around the UK. Over the course of some years now, Bjerga/Iversen are a duo that can play a subtle tune or two of an entirely improvised nature, sometimes spot on and sometimes a total miss. Madame P’s own music is more like sound poetry, but sometimes with a good touch of popmusic. However the menage a trois here, doesn’t always work well. First of all the recording is not really great, all done with a microphone (noisy audience, yuk!), but the sounds do not always seem to match very well. Sometimes they are banging on and on, such as in ‘Newcastle’ and sometimes they seem to be searching too much for perhaps anything to happen. The pieces are in chronological order here and it turns out that the final piece, recorded in Brighton is the best one. Hunted and haunted, this speeds on through a wall of noise of rhythm and feedback.” FdW, Vital Weekly n.578

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